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martedì 28 marzo 2017

Le ciliegie

Sto cercando di scrivere un libro, come se fosse facile, e mi ritrovo di fronte al blocco dello scrittore. Un po' perché mi manca il tempo: due ore e mezza di commute giornaliero sono tante. È vero che all'universita ho preparato interi esami sui treni, ma ero giovane e non mi stancavo così facilmente. Inoltre, non lavoravo otto ore al giorno. A volte i corsi erano intensivi, ma c'era sempre quell'atmosfera rilassata che creano gli studenti, perché se un giorno non ti va di andare ai corsi perché sei stanco, non ci vai e basta. Ti farai dare gli appunti dalla secchia di turno, studierai a casa e non se ne accorgerà nessuno. Al lavoro non è così. Se non hai voglia di andare al lavoro, devi avere un piano d'azione. Devi avere almeno qualche linea di febbre per assicurarti un certificato medico. Ed è vero che in Irlanda sono più rilassati e ogni tanto si può semplicemente stare a casa in hangover con il tuo capo che lo sa ma non importa perché prima o poi succederà anche a lui. Ma comunque se credi in una certa etica del lavoro non ti va di restare a casa solo perché sei ubriaco, o anche se non sei ubriaco, non vuoi stare a casa solo per indolenza verso la società. Quindi alla fine vai al lavoro controvoglia, e ti stanchi il doppio. E alla fine, anche se hai due ore e mezza al giorno da dedicare alla scrittura, le usi piuttosto per sonnecchiare e riposarti.
Poi arrivi a casa e dici, se hai sonnecchiato in treno sarai riposato a casa. E invece no, perché appena metti il piede in casa devi cucinare, fare le lavatrici, piegare la roba asciutta, e per fortuna che mio marito lava i piatti e i pavimenti!!! Alla fine appoggi il culo sul divano alle dieci di sera e l'unica cosa che hai voglia di fare è spegnere il cervello. Se poi alle rogne quotidiane si aggiunge l'organizzazione del tuo matrimonio o le carte per comprare casa, jackpot: la Luas diventerà l'unico momento da dedicare a te stessa. E solo perché non ho uno smartphone, che così almeno ho una scusa buona per sconnettermi dal mondo.
Ecco, visto? Ho iniziato questo post due giorni fa, e adesso non so più cosa volevo dire :( Immagino che volessi disquisire su quanto tempo ci vuole per dedicarsi alla scrittura. Perché ci vuole tempo: quelle persone che scrivono sui blog giornalmente o sono tutte casalinghe, o sono tutte da lodare per l'impegno che ci mettono e il tempo che ci dedicano. Io ho aperto questo blog anni fa, e l'ho aggiornato solo saltuariamente. E negli ultimi anni proprio quasi per niente. E forse è questo il segreto della scrittura. Forse è come le ciliegie: una tira l'altra. Quindi forse, con il piu scrivere, le parole sgorgheranno senza che quasi me ne accorga. E forse è quello di cui ho bisogno per sbloccare lo scrittore che è in me.
D'altra parte, a pensarci bene, ho iniziato prestissimo a tenere un diario. Credo di aver scritto le prime pagine di diario quando avevo 8 anni. Anche lì, tra una pagina di libro e l'altra, quel libro che volevo scrivere solo perché volevo usare la macchina da scrivere, e che in realtà era una versione in prosa di tutti i fumetti che leggevo all'epoca. In realtà, non ho idea se 8 anni sia presto, tardi o nella norma. Ma da quella volta ho sempre messo i miei pensieri per iscritto, in un modo o nell'altro. Al punto che oggigiorno preferisco comunicare per iscritto piuttosto che oralmente. Tipo al lavoro, dove ho imparato a odiare il telefono - molto meglio nascondersi dietro una tastiera, dietro la quale è più facile mentire senza essere sgamati, ma anche essere se stessi e diretti. Per fortuna vivo nell'era informatica.
Insomma, se scrittura porta scrittura, forse devo solo scrivere, qualsiasi cosa, per portare ispirazione a me stessa. D'altra parte, ho comprato questo iPad qualche anno fa proprio per avere uno strumento di scrittura pratico da portarmi dietro. E allora usiamolo - che male potrà mai fare?

mercoledì 25 giugno 2014

La mia vita al mondiale

I mondiali di calcio, come quelli di rugby o le olimpiadi, si svolgono ogni quattro anni. I mondiali di calcio però hanno segnato la mia vita in modo particolare.
Tanto per cominciare sono nata nel 1982, l'anno in cui i mondiali si svolsero in Spagna, ma soprattuto l'anno in cui l'Italia, il mio paese, ha vinto. Poiché avevo solo un mese di vita non ricordo molto, ma data la particolarità della situazione tutte le persone intorno a me hanno ben vividi i ricordi di quell'estate. A partire dalla vicina di casa, che urlava al marito di vergognarsi a vedere la partita a casa nostra, hanno un neonato, cosa vai a fare casino in casa loro. E mia mamma che rispondeva che tanto non cambiava niente, con due uomini in casa (mio papà e mio zio) le urla di esultazione non si sarebbero comunque risparmiate. Pertini, l'allora Presidente della Repubblica, fu il simbolo del tifoso che se ne frega altamente della sua figura ufficiale ed esulta con l'intero pubblico al gol della vittoria.
Nonostante tutti si ricordino di questo mondiale, nessuno mai parla del mondiale successivo, quello del 1986. Forse la gente pensava che fossi ormai abbastanza grande per formulare dei ricordi per conto mio, e mi ricordo difatti di Chernobyl, ma del mondiale non ho proprio memoria. Sarà che l'Italia è uscita agli ottavi e quindi non ne parlava nessuno, ammutoliti dalla vergogna della sconfitta?
Il mondiale del 1990 invece ha un posto nella mia memoria di bambina. Innanzitutto si è svolto in Italia, quindi ovviamente era sulla bocca di tutti. La mascotte ufficiale, una specie di robottino tricolore chiamato Ciao, è stampata su un asciugamano che ancora uso. L'inno ufficiale è una delle poche canzoni che conosco a memoria. Insomma, questo mondiale mi ha dato un sacco di cultura generale, chiamiamola così. Anche se ricordo più che altro mio padre che mi ha ufficialmente chiesto di registrare la cermonia di apertura in TV. Ero l'unica della famiglia a parte lui a capire come funzionasse il videoregistratore, mi aveva perciò promosso a secondo in comando per quando lui non poteva essere presente. Mi ricordo anche la cerimonia di apertura, che guardai mentre la registrai, un sacco di colori in campo. La partita però non me la ricordo proprio. Magari un giorno di questi recupererò la videocassetta per riguardarmela - a quest'ora potrebbe anche avere un valore da collezione.
La prima partita che mi ricordo, e fin troppo bene, è la finale dei mondiali 1994.  Avevo avuto eccezionalmente il permesso di guardare la finale a casa della mia vicina. Dico eccezionalmente perché con il fuso orario la partita iniziava alle dieci di sera, e normalmente a quell'ora dovevo rientrare. Invece passai la serata dalla vicina, con suo padre che aveva comprato una tromba elettrica che appese in giardino e che faceva partire ogni volta che l'Italia segnava un rigore. Peccato che all'ultimo rigore della partita la tromba rimase muta. Fu la prima volta che le emozioni del tifo si fecero sentire, anche se a 12 anni non ero ancora in grado di capirle perfettamente.
A 16 anni già le capivo meglio, e invece di guardare il mondiale a casa della vicina mi incontravo con il mio ragazzo - il primo -  e i suoi amici, e stavolta non seguii solo la finale (che forse è l'unica partita che non ho visto poiché l'Italia nel 1998 è uscita ai quarti), ma tutte le partite, a iniziare dai gironi fino all knock out finale. Credo che la mia tradizione personale di vestirmi di rosso bianco e verde a ogni partita sia nata proprio quell'anno, e per fortuna che l'Italia non ha vinto, poiché mi ero ripromessa di tingermi i capelli col tricolore, con tanto di ciuffo azzurro. Mi accontentai perciò di un semplice ciuffo rosso - a quell'età tutto è consentito.
Durante il disastroso mondiale 2002 già non ero più a scuola, e quell'anno capii che se le partite vengono giocate durante il giorno non sempre si ha tempo di vederle tutte - benvenuti nel magico mondo del lavoro. L'unica cosa che mi ricordo è che mi avevano dato il permesso di portarmi una radio in ufficio per seguire la tragica sconfitta. Tanto in ufficio non c'erano clienti - avevano tutti spostato l'appuntamento a dopo la partita. 
Il mondiale 2006 invece trasmise le partite più importanti la sera, quindi ebbi tutto il tempo per godermele. Era il primo anno che vivevo da sola, in una cittadina diversa da quella dove ero nata e cresciuta, perciò non conoscevo nessuno da invitare a casa e mi godetti le partite al bar, gremito di altri venticinquenni concentrati davanti allo schermo. Mi ricordo il barista, poco prima che iniziassero i rigori della finale, che mi disse "fai qualcosa". Sarà fatto, gli promisi. E così fu. I festeggiamenti durarono fino alle 4 di mattina, e che bello fu potersene stare in giro fino a quell'ora a gioire e fare casino, con la libertà di rientrare quando mi pareva, dormire un paio d'ore e presentarsi assonnata la mattina dopo in ufficio, senza dover rendere conto a nessuno (beh, forse alla capufficio, ma la mia collega mi copriva sempre). L'anno in cui ho visto l'Italia vincere il mondiale era l'anno della mia indipendenza.
Un'indipendenza che nel 2010 mi portò ad attraversare la Russia da sola. E poiché non mi andava di programmare il viaggio della mia vita scandendolo con le partite della nazionale, me ne fregai altamente e non seguii il mondiale per nulla. Abbandonai per una volta quella specie di orologio biologico per dedicarmi a un'esperienza di ben diversa portata. La scelta fu più che giusta, ricordo quell'estate molto meglio degli altri mondiali, ogni volta che ripenso a quello che ho vissuto rivivo emozioni diverse da quelle di un gol ma molto più importanti . Per esempio,  il fatto di addormentarmi ubriaca sulle rive del Volga mi sembra un'esperienza degna di memoria, mentre i gol della semifinale li lascio nella memoria dei russi che si stavano guardando la partita nella dacha lì di fianco.
Ed eccomi al mondiale 2014, contenta che le partite siano la sera così posso godermi le piu importanti comodamente dal divano della casa in cui convivo con il mio futuro marito. Di sicuro non mi sarei mai aspettata di tifare Francia (quando non gioca contro l'Italia, sia ben chiaro), ma per amore posso passare sopra agli screzi dei mondiali precedenti. È incredibile come ogni mondiale rappresenti una tappa importante della mia vita. Il prossimo chissà, magari me lo godrò da mamma. Ma ne riparleremo tra 4 anni. Intanto, forza Italia!*

*NB: l'articolo é stato scritto qualche giorno prima di essere pubblicato :)

giovedì 19 luglio 2012

Deve essere un problema mio


Ieri le mie simpaticissime coinquiline si sono lamentate per i 5 capelli (di numero - solo che sono 60cm l'uno) che ho lasciato nella vasca la sera prima. Certo, avrei dovuto lasciare tutti i 180 che mi sono caduti invece di raccoglierli e buttarli nel cestino. Invece solo questi 5 sfortunati sono stati notati e classificati come "schifo". La polvere incragnita sulla vasca che sta li' da 10 anni circa non fa schifo, 5 capelli invece hanno impedito alla mia coinquilina filippina di entrare in vasca.
Oltre al fatto che dopo aver detto dall'inizio che ho un gatto adesso salta fuori che l'odore della lettiera  e del cibo dal corridoio sale per le scale, passa sotto la porta e la notte non la fa dormire, specialmente adesso che e' la stagione calda (?!). Nessun altro in casa sente l'odore della lettiera e del cibo neanche quando ci passano di fianco, ma lei la notte non dorme. Quindi se ne esce che la devo mettere in camera mia. Vada per il cibo, ma mettersi la lettiera del gatto in camera la notte mi sembra meno igienico di lavarsi in una vasca con cinque capelli. Ho proposto la notte in salotto. "Non va bene, perche' ogni tanto scendo a bere". Certo, meglio tenerla in camera tutta la notte piuttosto che sopportare l'odore (che non c'e') per 5 minuti.
E l'altra coinquilina invece, che dopo averle chiesto se c'erano orari visto che camera sua e' attaccata alla cucina e al bagno, se ne esce con "hai fatto rumore a tarda notte con la doccia". Ma secondo te perche' ti ho chiesto se c'erano orari?!
Poi ti vengono a dire "non fraintendere, ci piaci, sei molto meglio degli ubriaconi che avevamo prima in casa". Quindi stanno cercando in tutti i modi di farmi andare via, mi sembra logico.
Solo che stavolta non hanno un motivo per cacciarmi. Nonostante i messaggi subliminari: "Con gli ubriaconi ci e' bastato lamentarci tre volte con il landlord e in 15 giorni li ha cacciati di casa". Solo che a differenza degli ubriaconi, io non cago in vasca, non pisco fuori dal cesso e non cucino pesce rancido per dispetto. Ma tentano di fare pressione psicologica, della serie "Se vogliamo possiamo" per intimorirmi e convincermi che e' meglio fare quello che dicono se non voglio trovarmi a traslocare.
Ma chi cazzo ti credi di essere?! (scusate il francesismo) Pago l'affitto quanto loro, ma mi sento ospite a casa mia, dove le regole le fanno gli altri e non c'e' possibilita' di replica.
Per quieto vivere, cerchero' di pulire meglio la vasca da bagno dopo che mi lavo (anche se nelle case normali si pulisce una volta a settimana, ma vabbe') e cerchero' una soluzione ottimale per il gatto. Per un po'. Poi, quando trovero' un'altra sistemazione, preparero' pesce rancido tutte le sere prima di andarmene.
Anche se mi sembra strano che ogni volta che cambio casa qualcuno si lamenta di me. Devo avere uno stile di vita davvero deprecabile. Non mi resta che rivederlo per l'ennesima volta. In fondo, nella vita non si finisce mai di imparare, anche se stranamente c'e' sempre qualcuno che nasce gia' imparato.

domenica 25 settembre 2011

Vita da single

Il bello di essere innamorate di un ragazzo informaticamente asociale è che ti rendi conto di quanto sia inutile passare le ore al computer. Non puoi controllare se ci sono nuovi post su facebook che ti dicano cosa stIa facendo, che ti aiutino a seguire le sue mosse, è inutile connettersi a Skype tanto lui è sempre invisibile anche quelle poche volte che ti ha chiamato, insomma, non puoi pedinarlo dal salotto di casa. Devi alzarti e piantarti sotto casa sua se vuoi sapere qualcosa. Molto piu scomodo e laborioso, quindi alla fine non lo fai, e ti piazzi di fronte allo schermo senza saper bene che fare.
Quindi bisogna trovare un modo di riempire quel vuoto informatico che è dentro di te. Ma avete notato quanto sia diventato importante, al giorno d'oggi, avere un pc? Essere sempre online? Mantenere i contatti? Io sono nata lenta (sono nata con un giorno di ritardo sulla data prevista, e questo piccolo ritardo me lo sono portato dietro per tutta la vita), per me in un mondo veloce come quello informatico non c'è spazio. Gente che invia 15 email al minuto, apre FB e trova 534 notifiche (a cui rispondono tempestivamente), tiene 120 chat aperte contemporaneamente tra skype, FB, gmail, msn (di quest'ultimo non mi ricordo neanche la password da tanto che non lo apro), io proprio non so come facciano a tenere il ritmo. Sarà che sono estremamente pigra, ma se mando due email a settimana è tutto quello che faccio, e mi rompo a chattare dopo due minuti. Certe persone veramente le invidio.
Constatato che quindi per me è inutile restare al pc per ragioni sociali (il buon vecchio cappuccino al bar – o pinta al pub qui in Irlanda – sono eventi sociali molto più allettanti) cosa mi invento io per i tristi pomeriggi piovosi (circa 345 l'anno a Dublino) nei quali non posso pedinare l'uomo che mi interessa?
Un buon modo sarebbe proprio questo, scrivere nel blog. Anche se, si sa, io scrivo sul blog solo quando voglio che qualcuno legga quello che scrivo. Nel senso, qualcuno in particolare (che un blog sia fatto per essere letto da qualcuno in generale va da se). Quindi, di nuovo, scrivere delle mie pene d'amore e spifferarle a tutti? Stavolta non posso: se mi scopre (e un giorno potrebbe... in fondo il link al blog sta sul mio FB) mi rimprovererà fin che vivo. Anche se non parla italiano (Google translate sta facendo progressi). Anche se non sa dell'esistenza del mio blog. Per il momento. Mi chiedo se lui mi stia pedinando. Informaticamente intendo. Ma non è così informaticamente esperto da farlo. Preferisce il metodo tradizionale di appostarsi sotto casa mia.
Si, lo so che nessuno dei due è normale, ma forse è per questo che ci sentiamo così vicini l'uno all'altra.
Vabbè, cerchiamo di scaricare di nuovo il Pinnacle e dedichiamoci alle foto della Russia (in fondo, bisogna riempire i buchi della vita da single in qualche modo, no?)

domenica 27 marzo 2011

Ora più, ora meno

Stasera è cambiata l’ora. A casa di Guido ho portato in avanti le lancette del mio orologio da polso (in realtà l’ha fatto Guido perché io sono impedita). Tornata a casa ho guardato l’orologio del salotto e poi il mio da polso, e mi sono confusa con la differenza di ora. Allora ho deciso di cambiare anche quello del mio salotto, nonostante fossero le 5 del mattino. Ho preso una sedia, ci sono salita sopra e l’ho tolto dal muro per poter girare le lancette. E mi sono ricordata di aver fatto la stessa cosa a ottobre per riportarle indietro di un’ora.
Un gesto che mi sembra di aver fatto ieri. Invece era 5 mesi fa. Già 5 mesi. 5 mesi che sono tornata dalla Russia. Quante cose sono successe. Sono stata mollata, illusa, indecisa, decisa, fortunata, sfortunata, speranzosa, incasinata. Tutto in 5 mesi, passati in un lampo.
Una volta qualcuno mi ha detto che dopo i vent’anni il tempo passa più in fretta. Non è proprio dopo i vent’anni. È in base a quello che uno fa della sua giornata. Tra i venti e i venticinque mi sono passati abbastanza in fretta grazie all’università. Ma con il lavoro è tutta un’altra cosa. Passano talmente in fretta che davvero a volte si ha l’impressione che non ci sia tempo di metabolizzare tutti gli avvenimenti che succedono, e si ha l’impressione che tutto scorra, forse un po’ troppo velocemente, forse un po’ troppo senza emozioni.
Forse dovremmo fermarlo, quell’orologio, invece di portarlo avanti e indietro ogni volta. Fermarlo per pensare un po’ a quello che viviamo, per fissarlo meglio nella nostra memoria, e sì, anche per sentire meglio quello che ci comunica. Per evitare che ogni avvenimento diventi parte di una routine, per evitare di dire “questo l’ho già visto, quello l’ho già vissuto”. Perché anche se ci sembra la stessa cosa, in realtà ogni evento ha le sue peculiarità, e nella fretta rischiamo di riassumere tutto insieme in grandi categorie. Invece dovremmo imparare qualcosa di nuovo da ogni situazione.

mercoledì 2 marzo 2011

Componenti russi, componenti americani... tutti fatti a Taiwan!!!

Beh, non so come ci sono riuscita, ma stasera mi sono ritrovata a guardare i trailer delle commedie romantiche uscite negli ultimi anni. Ce n’è un sacco. Credo che in certi anni escano più di venti commedie romantiche, di quelle che alla fine la trama è sempre uguale: un lui e una lei si incontrano e dopo le prime difficoltà restano insieme. Le modalità però sono sempre diverse: due che si innamorano ma lei vive a Timbuctu, lui che lascia l’amore della sua vita ma non ne troverà mai piu un altro uguale, il colpo di fulmine che va oltre la morte, l’innamorarsi lento che si ha paura ad ammettere, la paura ed il coraggio di guardare avanti sbirciando un po’ indietro, chiedersi se il vecchio detto “chi disprezza compra” sia ancora valido… quante storie, ma soprattutto quanti modi diversi di iniziarle e di viverle. Alla fine però il risultato non cambia: il finale è sempre lieto.
Se perciò siamo tutti destinati a vivere per sempre felici e contenti, in un modo o nell’altro, mi chiedo allora perché le persone critichino una storia o un’altra in base a come iniziano o come si svolgono. Chi pensa che sia amore solo se una persona ti cerca assiduamente, chi rifiuta l’idea del colpo di fulmine, chi vede la distanza come sinonimo di tradimento.
La realtà è che ogni storia ha il suo corso e non c’è un modo giusto o sbagliato di viverla, se non quello che lei stessa ci propone. Anch’io, ogni volta che vedo un trailer, mi immagino di incontrare il mio principe azzurro nella stessa situazione in cui i protagonisti si incontrano, ma poi non succede mai. Perché il mio modo di incontrare i principi azzurri è unico, come quello di tutte le altre Biancanevi o Cenerentole. Mica posso incontrare il mio principe azzurro ad un concerto reggea, io, che non ci vado mai?! Al massimo ad un concerto rock, al contrario della protagonista di un film. Ma questo non vorrà dire che sarà diverso l’effetto che questo incontro avrà nel futuro di due persone.
E una volta incontrato il principe azzurro ci si interroga sul comportamento da tenere. Ci facciamo tante seghe mentali sul “mi chiama, non mi chiama”, oppure su quanto detestiamo una persona per un difetto quando semplicemente ci trafigge l’orgoglio vederne i pregi, ma tanto prima o poi verremo comunque a sapere cosa si prova l’uno per l’altra.
Ed anche qui, non è la modalità con cui i sentimenti nascono o crescono che importa, ma i sentimenti stessi. I sentimenti non crescono su terreni aridi, ma neanche possono morire su terreni fertili. Se mancano i sentimenti, nessuna storia resterà in piedi. E se ci sono loro, nessuna storia può temere. Una storia a distanza non ha più o meno valore di chi si vede tutti i giorni, chi ne inizia una dopo una separazione non ha meno speranze di chi non è mai stato innamorato, due persone completamente diverse non sono meno felici delle anime gemelle.
Se son rose fioriranno. È l’unica regola applicabile.

lunedì 10 gennaio 2011

A caso

E' per caso se ci siamo conosciuti tempo fa? Quando e se per caso ci reincontreremo? Lasciamo fare al caso? Non so se sia il caso poiché odio il caso.

Ma che sia un caso questa frase? O che sia, come gli altri 215 che mi sono arrivati in questi ultimi giorni, il segno che stavo aspettando? Il destino a volte ci parla chiaramente, ed io alle coincidenze non ho mai creduto...

domenica 26 dicembre 2010

20b

Giovedì mattina lui è partito per l’Italia d’urgenza. I suoi genitori sono stati ricoverati in ospedale e lui deve andare a prendersi cura di loro.
“Forse è la mia occasione” ho pensato, “andare in Italia anch’io e stargli vicino, fargli capire che ho capito quali sono le cose importanti e che adesso sono disposta a tornare in anticipo per fargli sentire quanto ci tengo a lui.”
Mi sono interrogata tutto il giorno sul da farsi. Il primo volo era sabato e avrei in caso dovuto comprarlo. Giovedì sera ho incontrato Andrea in chat. Secondo lui sarei dovuta partire sabato. “Si vuole una che ci sia” mi disse. Ma secondo Bianca non mi sarebbe cambiato di nulla, era inutile andare là tre giorni prima in un periodo in cui lui comunque non aveva tempo per nessuno. Non avrebbe cambiato le cose.
Venerdì sera dovevo vedermi con Eva. Ancora non avevo preso una decisione sul da farsi, ed era ora di uscire di casa. Avevo appena sentito Bianca su Skype. “Chiedi anche a Eva cosa ne pensa quando la vedi”. Ma non serviva vederla per sapere che mi avrebbe detto di non partire.
Alzai gli occhi al cielo. “Papà… Sento che devo andare, che in cuor mio ho bisogno di andare, mi sembra un’opportunità in più che mi è stata data e non la voglio sprecare. Ma se pochi mi danno ragione, i più dicono che è inutile, forse perché riescono a vedere più in là di me. Dimmelo tu, papà, cosa fare, perché io non ne ho idea e ho paura di sbagliare di nuovo.”
Con questi pensieri uscii di casa. Ero arrivata in quel quartiere la notte prima con un taxi, ma mi sembravano soldi sprecati alle 5 del pomeriggio. Iniziai a cercare una fermata dell’autobus. Nella strada appena fuori casa ce n’era una. Mi avvicinai: niente orari, ma di lì era chiaro dal cartello che passava solo il 20b. Guardai un po’ più avanti: poco distante c’era la Malahide Road, e un sacco di autobus passavano proprio in quel momento.
Mi diressi verso la Malahide per avere qualche possibilità in più di non morire congelata aspettando un autobus che non si sapeva quando sarebbe passato.
Sulla Malahide la fermata era vicina all’incrocio. Mi infilai sotto il riparo ad aspettare. Avevo appena perso un sacco di autobus, li avevo visti passare mentre mi avvicinavo. “Speriamo ne passi uno in fretta”. E mentre lo pensavo, ecco sbucare dalla laterale dalla quale ero appena uscita il 20b. Lo guardai come se avessi visto un fantasma. Si fermò, salii, mi sedetti e iniziai a pensare.
Pensai che anche stavolta il segno era abbastanza chiaro. Non importa quante possibilità uno si dà nella vita, o quante ne perde. Se il nostro autobus è il 20b, sarà quello a passare prima o poi, e non possiamo farci niente, se non salire e vedere dove ci porta. Il 20b è l’autobus della mia vita, è l’autobus del mio presente, che non devo sprecare. Devo riprendere a vivere, senza fretta di strafare, senza l’ansia di essere in ritardo su qualcosa o di arrivare per forza. Piano piano, prendere il mio autobus e andare. Magari un giorno sul mio 20b salirà di nuovo lui, oppure un bello sconosciuto che si siederà al mio fianco e farà il viaggio con me. Non lo so ora, ma il destino lo sa cosa mi aspetta, e io aspetto il suo prossimo segno. Intanto salgo sul 20b.

domenica 12 dicembre 2010

lunedì 6 dicembre 2010

Oggi solo chat e FB

Imogen Heap - Hide and Seek

Where are we?
What the hell is going on?
The dust has only just begun to form
crop circles in the carpet,
sinking, feeling.
Spin me around again
and rub my eyes.
This can’t be happening
when busy streets,
a mess with people would stop
to hold their heads heavy.

Hide and seek,
trains and sewing machines.
All those years
they were here first.

Oily marks appear on walls
where pleasure moments hung before the takeover,
the sweeping insensitivity of this still life.

Hide and seek,
trains and sewing machines.
You won’t catch me around here.
Blood and tears,
they were here first.

Mmm… what you say?
Mmm, that you only meant well?
Well, of course you did!
Mmm… what you say?
Mmm, that it’s all for the best?
Of course it is!
Mmm, what you say?
Mmm, that it’s just what we need?
You decided this!
Mmm, what you say?
What did SHE say?

Ransom notes keep falling out your mouth,
mid-sweet talk, newspaper word cut-outs
speak no feeling. No, I don’t believe you,
you don’t care a bit, you don’t care a bit.
Ransom notes keep falling out your mouth,
mid-sweet talk, newspaper word cut-outs
speak no feeling. No, I don’t believe you,
you don’t care a bit, you don’t care a bit,
you don’t care a bit, you don’t care a bit,
you don’t care a bit, you don’t care a bit,
you don’t care a bit!

venerdì 3 dicembre 2010

Ho come una vaga sensazione di deja-vu...

Riassunto di ogni storia d’amore che al mondo finisce:

“[…] Come faccio io a fidarmi di te se tu non mantieni fede anche solo a queste piccole cose? Come posso credere che tu tenga fede a cose più grandi se già queste ti pesano? Sono questi i momenti peggiori. Quei momenti in cui mi chiedo quanta sia in realtà la verità che tu mi dici. E in questi momenti mi sembra sempre che sia poca, troppo poca per essere considerata tale. La stanza è calda, eppure io tremo... Tremo e piango, perchè non so dove sei, con chi e cosa fai. E non riesco a fidarmi, non ci riesco. […] Mi sento piccola piccola, nei tuoi pensieri, e poi dico: "Ma ci sono nei suoi pensieri?" E se non sono nei tuoi pensieri ho paura di quello che puoi fare. Perchè se prima il mio pensiero bastava a ricordarti che ero una persona che dovevi rispettare, ora che il mio pensiero non è in te forse non mi rispetterai... Forse... Forse... Forse... Non lo so. Sono esausta. […]
[…] Anche nel sonno leggerò la nostra storia, quella che non è ancora stata scritta, quella che il mio cuore sta inventando, perchè non riesce a battere se non ha il tuo accanto, e rischia di fermarsi a sapere che non ci sei, e deve per forza credere che ci sarai, altrimenti come potrei vivere io con un cuore che non batte più? […]
[…] Penso che forse sì, ho spesso messo [il viaggio] davanti a te, ma adesso non riesco a guardare [quelle foto] di cui devo domani scrivere, perchè anche là leggo solo il tuo nome, anche se il tuo nome non c'è. Ma tu sei ovunque, e non sei qui. Ti vedo ovunque, ma non riesco a toccarti, ad accarezzarti, a baciarti. Tu non ci sei. Non ora. Chissà fin quando. Chissà se ci sarai.
Chissà dove sei. Chissà se il mio pensiero è con te. Ma è meglio non pensare a questo, potrei ricominciare a stare male. Anche se so che questi tristi pensieri mi aspettano sotto le coperte, attendono che spenga la luce per spaventarmi con le loro ombre, e mi faranno piangere, piangere, finchè, stanca morta, mi addormenterò, e non sarà presto. Spero di essere più stanca che morta, spero di svegliarmi ancora domani mattina. Ho sperato tante cose in questi giorni, e poco si è avverato. Chissà se queste speranze saranno come le altre...
E intanto tu ti starai divertendo, in che modo non so, ed io mi faccio sempre più piccola nei tuoi pensieri, sempre più piccola, così piccola che tra poco griderò un addio che tu sentirai appena prima di sparire.
Vorrei avere la forza di lottare, ma tu me la dai e tu me la togli, a tuo piacimento. In questo momento me la stai togliendo, e pian piano... killing me softly... […]
[…]Un angelo custode che non avrebbe permesso a nulla di ferirmi, perchè mi amava, perchè lo amavo, perchè ci amavamo, perchè quando mi stringeva a sè ed io mi nascondevo in lui eravamo una cosa sola, dolce, bella. […]
[…] Capisco il tuo dolore, perchè è il mio dolore, ma non capisco il tuo amore, quell'amore che senti e che non vuoi ammettere, quell'amore che dovrebbe farti pensare a me e che invece ti fa pensare ad altro. Ma forse è il dolore che pensa ad altro, il tuo amore pensa a me. O forse entrambi pensano a me, in me si scontrano e si mescolano come colori da cui ne esce un terzo, che non so definire, o che ho paura di definire. Forse odio? Ma dall'amore non nasce odio, semmai dall'odio nasce amore (My only love, sprung from my only hate! - Il mio unico amore, nato dal mio unico odio!). Ma se malauguratamente fosse odio, forse anche da quest'odio rinascerà l'amore. Forse paura? Paura di amare e soffrire, paura di amare perchè fa soffrire, poichè amore e dolore si trovano insieme. Forse indifferenza? No, emozioni così forti non possono lasciare nessuno indifferente. Si può essere indifferenti al trapano del dentista o al bisturi del chirurgo? Nonostante l'anestesia (che nel tuo caso potrebbe essere lei) sentiamo che qualcosa succede al nostro corpo, sentiamo che qualcosa si muove, viene tolto, viene ricucito. […] Quello che dentro ci scuote con violenza, o anche solo delicatamente, ma comunque muove qualcosa, non può lasciarci indifferenti. Forse rabbia? più che odio direi che è rabbia, risentimento, forse accompagnato da un leggero languorino, quella voglia di vendetta che mangia dentro e fa venir fame. Ma in tutto questo non vedo indifferenza: vedo piuttosto una consapevole lucidità, magari inconscia, ma che sa bene il fatto suo.
Non so che colore è uscito da quel miscuglio di sentimenti che mi rivolgi, ma di sicuro qualsiasi sia l'amore che hai provato per me è ancora là, che lotta per sopravvivere. A volte riesce a uscire dalle onde tempestose delle correnti emozionali, ma tu stai lì a guardarlo invece di tirargli un salvagente, perchè hai paura di non riuscire a salvarlo, e anzi peggio, di cadere anche tu nella tempesta.
Non aver paura, l'amore è una cosa meravigliosa... Sempre![…]
[…] Anche noi passavamo le ore a parlare, e quando si doveva chiudere la conversazione c'era sempre qualcos'altro da dire, che spesso si lasciava per il giorno dopo. Passavamo anche [intere serate] al telefono […] e non ci eravamo ancora detti tutto.
E ora penso a noi - ultimo atto (della prima parte). Noi che nell'ultimo periodo non avevamo nulla da dirci, che eravamo quasi estranei, abitudinari. Tutto quello che una volta era meraviglioso era diventato normale, [la mail] era quasi una palla al piede da tenere [d’occhio] mentre si fa qualcos'altro per non perdere tempo. […]
Perchè non ci siamo più detti nulla? Perchè non volevamo più saperne nulla l'uno dell'altra? Prima era importante anche sapere quello che uno faceva durante la giornata, nonostante fosse quasi sempre la stessa cosa ogni volta lo si raccontava con particolari diversi, con tono diverso, e sembrava sempre qualcosa di nuovo. Quando non si aveva nulla di particolare da dire si trovava sempre qualcosa di cui parlare. Possibile che tutti gli argomenti si fossero esauriti in soli tre [mesi]? […]
[..] E’ che non voglio smettere di parlare con te, voglio sempre dirti tutto quello che penso, voglio che quando inizierà l'atto primo della [seconda] parte tu non abbia perso neanche una virgola di quello che sono, e di quello che diventerò. […]
[…]Ma lo sai quanti significati ha la neve? Troppi per elencarteli tutti. Ma te ne dirò un paio di contrastanti, e nonostante tutto complementari. La neve simboleggia la morte: innanzitutto perchè cadendo crea un silenzio attorno quasi irreale. E poi perchè copre tutto, col suo bianco mantello spazza via tutto quello che vedevi, e tutto diventa uguale. Del mondo che conoscevi non resta che l'ombra. Ma proprio per questo la neve è anche rinascita: sull'ombra del mondo che conoscevi se ne crea uno nuovo, bianco, silenzioso, tranquillo, diverso da quello che conoscevi, eppure sempre lo stesso.
Magari è così, magari la nostra storia è morta quel giorno e sta aspettando di rinascere. […]
[…] La conferma che tu mi vuoi, adesso, come è. Se è stato solo sesso quello che abbiamo fatto le ultime volte che ci siamo visti, allora ho sbagliato tutto in quattro [mesi]. Se è stato di più, come credo, un po' mi vuoi. E se mi vuoi, almeno un po', anche solo una virgola, non ti costa nulla essere il mio ragazzo. Sarebbe una cosa naturale. […] Hai ragione, è stata anche colpa mia se ora devo aspettare più a lungo. Ma sai anche che tu hai il potere di fermare quest'attesa quando vuoi. Solo che non vuoi.
Perchè non vuoi? Non vuoi avere problemi? Non vuoi rischiare di averne? La vita è sempre un rischio: se ti rimetti con me, rischi di avere problemi, se non ti rimetti con me, rischi di perdermi. […]
[…] Non ti chiedo di amarmi alla follia da domani. Ti chiedo di rischiare. Di provare. Di provare a darmi un sassolino di più. Potresti ricevere in cambio una montagna. O un mucchietto di polvere. Non abbiamo certezze nella vita. Le uniche certezze dobbiamo crearcele da noi. Il nostro amore è sempre stato quella certezza, era quella persona che qualsiasi cosa ci sarebbe andata storta durante la giornata ci avrebbe aspettato la sera […] per parlare, per consolarci, per ascoltarci.
Chiedo il permesso di essere la tua ragazza, di non dover chiedermi ogni volta "ma questo in questo momento andrebbe detto, ma per motivi tecnici non lo posso dire". Mi sento legata quando parlo con te. Vorrei dire cose che non posso dirti, perchè non sei il mio ragazzo, ma è maledettamente difficile trattenerle quando tu dall'altra parte sei, o quantomeno sembri, lo stesso di sempre. Vorrei solo poter parlare con te come facevo all'inizio, a ruota libera, senza preoccuparmi di quello che pensavi, perchè sapevo che mi avresti comunque ascoltato senza rimproverarmi. Vorrei poterti dire le cose senza doverti chiedere "Posso chiederti una cosa? Ma se te la dico poi ti arrabbi..." Dirtela, e basta. Senza paura che tu ti arrabbi. E se ti arrabbi, non importa. Ti sei sempre arrabbiato per certe cose, ma non mi hai mai dato la sensazione che non dovevo dirti qualcosa. Ora ce l'ho. […]
[…] So solo che se mi dessi poco di più, mi aiuterebbe a darti di più a mia volta. Se dobbiamo ricostruire qualcosa dobbiamo mettere un mattone alla volta. Uno a testa. […]
[…] Il mio cuore è distrutto, ed è solo colpa mia. […]
[…] Avevo dei sogni, dei sogni che ora non posso più realizzare, dei sogni che non ho più. Ed ho paura che siano di nuovo nei miei occhi, ma ho paura che se anche guarderai di nuovo nei miei occhi non li vedrai. Ma ci sono, ti prego di credermi che ci sono di nuovo, guardami negli occhi e cercali, magari rivedendoli ti piaceranno.
Lo so che non mi ami più. Ma non riesco a rassegnarmi, non ci riesco. Non ha senso che io non ti possa più avere nella mia vita. Io ti voglio ancora nella mia vita, ti voglio nei miei sogni, voglio sognarli con te, voglio parlarne con te. Voglio te. […]
[…] Ma io non voglio rinunciare, non voglio disperare, voglio sempre sperare che tu tornerai da me. Spero tanto che tutto questo sia solo un brutto sogno, sia solo un momento in cui tu vuoi stare da solo con te stesso, ma che poi tornerai da me. […]
[…] Perdonami per quello che ho fatto, ho provato a rimediare, non ci sono riuscita, perdonami anche per questo. Dammi un'altra possibilità. Non allontanarti da me. Avvicinati. […]
[…] Sei il mio mondo. E il mondo che vedevo con te era tutto quello di cui avevo bisogno. E ne ho bisogno tutt'ora. […]
[…] C'è ancora un noi. E se non lo vedi, è perchè è un po' nascosto. Ma c'è, e prima o poi salterà fuori. […]”

Se l’uomo non impara dai suoi errori, la donna sì: ho imparato a essere più forte e a rispettarmi di più.
Ma non ho ancora imparato a fregarmene…

“L’umore influenza i gusti, l’amore li cambia.”

giovedì 2 dicembre 2010

Snow

I can’t believe it’s the third time I miss the snow in Dublin. It seems that the weather can peep into my agenda and organizes snow storms right when I’m not there. Every snow storm starts when I leave and stops just before I go back. It’s such a pity, because I love snow. When it snows you always must look at the world in a different way. I don’t really like it when a low deck is laying down on the floor. Ten cars pass and it turns into mug, soils your clothes and prevents snowball battles. I prefer when a good half meter blocks every technology mankind has invented. No cars on the roads, no flights at the airport, even biking is impossible. Of course we have snowmobiles and skis which wait just that White Christmas feeling to go out and play, but at the beginning, when you wake up in the morning and nothing has been done yet on the streets, you feel like you are at the moment of the creation of the world. Everything is still, everything is waiting to live in a new way as in the old one is not possible anymore. You go out of your house like you are facing an unknown adventure.
But my favourite snowy moment is definitely when the snow is falling down. Its laying softly on every object makes a sound so close to silence that every other sound is overwhelmed by it. Every time I watch from the window the snow falling down my mind is wrapped between the flakes and twirls in the wind over the floor so it doesn’t make noise. Those flakes between me and the usual landscape makes me feel I’m in such a different place far away and the loud silence makes the world even further. In that moment, anywhere I am, I find the place I’m restlessly looking for every moment of my life. When the snow is falling my soul is finally at peace.

Ma il mio momento nevoso preferito è decisamente quando la neve cade. Il suo appoggiarsi dolcemente su ogni oggetto fa un rumore così simile al silenzio che ogni altro suono ne è sopraffatto. Ogni volta che dalla finestra osservo la neve cadere la mia mente si avviluppa tra i fiocchi e volteggia nel vento senza toccare terra per non fare rumore. Quei fiocchi tra me e il solito paesaggio mi fanno sentire come se fossi in un posto così diverso e lontano e il silenzio rombante rende il mondo ancora più lontano. In quel momento, ovunque io sia, trovo il posto che cerco freneticamente in ogni momento della mia esistenza. Quando la neve cade la mia anima è finalmente in pace.

martedì 23 novembre 2010

Da un amico

E' una canzone estremamente vera... tutta la tempesta che passa dentro la testa ed il cuore di noi uomini in certi casi...



Marco Masini - Lasciaminonmilasciare

Lasciami, che cosa cambia?
Che ci facciamo in questo pomeriggio,
con gli occhi chiusi come una finestra
davanti al mare azzurro e giallo di Viareggio?

Lasciami in questo albergo
di specchi strabici e di tende consumate,
ad ascoltare l'infinito tango
del tempo che da inverno ridiventa estate.

Lasciami un po' per giorno, un po' così,
piccoli presentimenti di un addio,
oppure lasciami tutto d'un colpo, adesso e qui,
dillo tu quello che sto pensando io.

Perché gli uomini sono vigliacchi
e si fanno lasciare, lo sai,
e non sanno guardarti negli occhi
quando tutto è finito oramai.

Tu invece strappami come un cerotto
e la ferita non farà più male,
adesso lasciami su questo letto
solo un cratere bianco sul guanciale.

Che aspetti? Vattene sei così bella,
fammi vedere come sai volare,
perché io penso che hai sbagliato stella,
perché io penso che hai sbagliato amore!

Lasciami, tu che sei forte più di me,
staccami da questo faticoso paradiso, te,
oppure cambiami se ci riesci, amore mio,
fallo tu quello che non son mai riuscito a fare io!

Perché gli uomini sono insicuri
e si lasciano spesso da sé
e poi piangono e imbrattano i muri
di rimorsi, rimpianti e perché...

Va bene, lasciami tre sigarette,
senza fiammiferi, senza rancore,
e questa strana luna senza notte,
e questa nuvola di dispiacere...

Adesso lasciami che c'ho da fare,
non so che cosa, come, dove e quando,
ti prego lasciami ricominciare,
lo so benissimo che sto sbagliando!

Amore lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare!

Amore lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare!

Amore lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare,
lasciami, non mi lasciare...

http://www.youtube.com/watch?v=QnkfM2h2cik

lunedì 22 novembre 2010

The family man - finale

Abbiamo una casa nel New Jersey, abbiamo due figli, Annie e Josh. Annie non è un granché come violinista ma ce la mette tutta, è un tantino precoce, ma solo perché dice quello che pensa! E quando sorride... E Josh... lui ha i tuoi occhi, non dice molto, ma sappiamo che è uno sveglio! Tiene sempre gli occhi aperti, sai, ci osserva sempre; qualche volta tu stai a guardarlo e ti rendi conto che sta imparando una cosa nuova... è come assistere ad un miracolo.
La casa è un casino, ma è nostra... ancora 120 rate del mutuo e sarà nostra! E tu presti assistenza legale gratuita, sì è così, assistenza legale gratuita, ma non ti crea problemi.
E siamo innamorati, dopo 13 anni di matrimonio siamo ancora incredibilmente innamorati, non mi permetti di toccarti se non lo dico.
Canto per te, non sempre, ma sicuramente nelle occasioni speciali. E noi abbiamo avuto la nostra parte di sorprese e magari fatto sacrifici, ma siamo rimasti insieme.
Vedi, tu sei migliore di me e lo starti accanto mi ha reso migliore.
Non lo so, forse è stato solo un sogno, magari sono andato a letto in una triste notte di dicembre e ho immaginato tutto, ma ti giuro che niente è mai stato più reale, e se ora sali su quell'aereo sparirà per sempre.
So che possiamo continuare con le nostre vite, ce la caveremmo benissimo, ma io ho visto quello che potremmo essere insieme e scelgo noi.
Ti prego Kate, una tazza di caffè, puoi sempre andarci a Parigi, solo, ti prego non stasera.

Prigioniera

Facebook: diventato famoso per essere il cupido degli amici che non si vedono da tempo. E in effetti ne sono stata vittima anch’io, delle sue frecce. Dopo anni ho incontrato un vecchio amico. Per motivi di privacy gli darò un nome fasullo. Diciamo che dopo anni ho rivisto Giovanni. Abbiamo passato una bella serata, chiaccherando con altri dei 10 anni passati. Poi, quando mi ha riaccompagnato a casa, ho scoperto che ha una storia simile alla mia. Ha rivisto un’amica d’infanzia dopo 25 anni, ed è stato un colpo di fulmine, circa due anni fa. Ma dopo un po’ di tira e molla, due mesi fa lei ha deciso di lasciarlo, accusandolo di non darle quel che lei voleva. Lui ha capito il suo errore, ed è disposto a ricominciare. Ma lei è convinta nelle sue decisioni, anche se le sue azioni non sono coerenti, e lo chiama, si arrabbia se lui non risponde, si incontrano, ma dopo ogni incontro lei resta ferma sulla sua decisione. Lui parla di lei con l’aria sognante e nostalgica di chi ha capito cosa ha perso, di chi è innamorato ma non può avere quel che vuole e neppure dimenticarlo. Invidia chi ha lontananza fisica dalla persona che si ama e che non ci vuole.
Non mi era mai capitato di capire così perfettamente una persona, di essere così in simbiosi. E di dovergli dare dei consigli. Ma che vuoi consigliare, a un uomo innamorato? È innamorato, può solo amare.
Io invece sto lentamente impazzendo.
È ancora lunga la strada…
Lunga come la strada nel deserto australiano.
Nell’ondata di cartoni animati ho messo Occhi di Gatto come foto nel mio profilo. Perché mi piaceva guardarlo. E perché avevo detto a mia mamma che da grande avrei fatto la ladra, come loro. Non ho fatto la ladra, ma le mie avventure le ho avute.
E oggi, guardando con Alessandro le foto del mio viaggio, lui e mia madre si sono messi a parlare di quel che potrei farne. Mandarle a qualche televisione, tipo Licia Colò, farne un servizio, che magari potrebbe diventare anche un lavoro, visto che i viaggi che faccio io non sono mai in posti turistici ma sempre in mete un po’ particolari. Perché secondo mia madre sono come il protagonista di Into the wild, che aveva cercato la libertà nella natura ma ne è rimasto prigioniero. Perché secondo loro una volta che inizi a viaggiare non puoi più fermarti. Ma già lo sapevo che ero rimasta prigioniera dei miei viaggi. Ed è da questo che sto cercando di fuggire. Come il protagonista di Into the Wild non poteva più tornare indietro.
Ma perché remate tutti contro? Anch’io ho paura di quel “old travelling bone” che potrebbe darmi problemi in un futuro. Ma spero di riuscire a metterlo un po’ da parte. Io lo so che sono fatta così, che nel profondo sono come Occhi di Gatto. Ma di nuovo, devo saper rinunciare a qualcosa, non posso salvare capra e cavoli ogni volta. Lo so che devo scegliere tra due metà di me stessa, ma non posso fare altrimenti.
Anni fa, quando stavo progettando il mio viaggio di ritorno dall’Australia su una Panda, sognavo di arrivare a Madrid come meta finale. Sognavo di smontare dall’auto, avere migliaia di fotografi e televisioni che mi offrivano lavori come scrittrice o viaggiatrice di professione, partire magari per mesi anche due volte l’anno. Ma ad aspettarmi in tutto quel caos c’era anche l’amore della mia vita, qualcuno che avevo conosciuto prima di partire e che mi aveva aspettato al mio ritorno. Non aveva un volto. Non sapevo chi era, sapevo solo che esisteva. Nel mio sogno si vedeva solo di spalle, per non dargli il volto di nessuno. Mi avvicinavo a quelle spalle chiedendogli “Tre settimane l’anno?” intendendo le ferie che ci saremmo presi se avessimo avuto una vita insieme, una vita normale. “Sì” fu la sua risposta. Mi girai verso i giornalisti e declinai ogni offerta. Avevo tutto quello che avevo sempre desiderato: compiere il viaggio della mia vita e fermarmi con qualcuno.
The family man: io ho visto quello che potremmo essere insieme e scelgo noi.

Weekend

Non mi son fatta sentire per un po. Scusate. Ma era wkend.
E' la prima volta che sono a casa per così tanto tempo. E sinceramente conosco ormai così poche persone da queste parti che avevo paura di non trovare nulla da fare in questo tempo.
Ma forse sono cresciuta. Forse la magia di facebook. Ma non pensavo che avrei trovato da fare durante il wkend, durante la settimana, di incontrare vecchi amici con i quali non sono piu in contatto veramente da anni. Dal 2001. Quasi 10 anni. Ma si cresce, si diventa adulti, e perchè non vedersi per una birra, per una pizza? Non pensavo che sarei arrivata al punto di dire "ho un impegno con una persona ma se vuoi ci troviamo tutti insieme". Io. Io, che non riesco ad organizzare niente, non trovo mai il momento giusto per fare le cose. Ho fatto questo, ho unito due gruppi. Piccoli, lo ammetto. Ma non ci ero mai riuscita.
In fondo, tornare qui in Italia non sarebbe così male come pensavo. Ci sono un sacco di persone che potrei chiamare, con cui potrei passare del tempo, con cui ricominciare un'amicizia che si era interrotta. Perchè no? Ho meno paura adesso...

giovedì 18 novembre 2010

Si è rotto... Pace...

Si è rotto. Dopo tre anni, dopo aver pensato che non sarebbe mai successo, si è rotto. Quel braccialetto che una brasiliana, tre anni fa, mi legò al polso chiedendomi di dire una preghiera per ogni nodo sembrava indistruttibile. Le mie tre preghiere erano a breve termine in realtà, quindi pensavo che ormai era inutile che il braccialetto si rompesse perchè o si erano già realizzate, o non sarebbe più servito che si realizzassero. E difatti mi sono anche dimenticata cosa avevo chiesto. Ma una delle tre me la ricordo.
In quel periodo avevo un forte mal di schiena. Avevo avuto una tosse intensa, e i muscoli della schiena avevano finito col dolermi dallo sforzo. Ero nel pieno della sofferenza quando questa ragazza annodò tre volte quel bracciale al mio polso. E il mio primo desiderio fu che mi passasse il mal di schiena. Ovviamente non potevo immaginare che ci avrebbe messo 3 anni a rompersi, perciò il mal di schiena mi passò ben prima che il braccialetto potesse fare il suo effetto. Ma si è rotto adesso. E non ho mal di schiena adesso. Ma una persona a cui tengo molto sì. Che fosse quello il mal di schiena che intendevo all'epoca, senza saperlo?
Ci sono altri due fatti che ricordo di quel periodo. Poco prima avevo conosciuto un ragazzo. Pensavo che sarebbe potuto essere un buon ragazzo per me, ma non ne ero molto convinta. In più, non era da molto che avevo deciso di restare a Dublino in seguito al fallimento del mio esame a Trieste, ma ancora dovevo convincermi che quella era la scelta giusta per me. Ora non vorrei farmi prendere la mano dalla fantasia, o dalla speranza, ma può essere che una delle due preghiere fosse quella di capire chi fosse l'uomo giusto per me, e l'altra di capire che cosa volessi per me in generale, nella mia vita. In pratica, di capire se la scelta di restare a Dublino, a Lufthansa, fosse stata la scelta giusta.
Anche queste preghiere richiedevano una risposta a breve termine, e col tempo dovetti fare le mie considerazioni e le mie scelte a prescindere dall'effetto del braccialetto.
Poi lunedì qualcuno mi ha accusato di avere troppe idee strane per la testa, di viaggi, di spostamenti, di divertimenti, di ostelli, di un sacco di altri sogni più o meno realizzabili. Mi ha accusato di non parlare la sua stessa lingua, di non volere le stesse cose che voleva lui. Allora gli parlai di Suzzolins, della mia casa, quella casa dove ero nata e cresciuta, quella casa che sono anni che dico che un giorno metterò a posto per andare a viverci. Gli spiegai com'era fatta e che idee avevo, che il campo dietro avrebbe potuto essere un frutteto, che le due stanze d'entrata avrebbero potuto essere unite per fare un salotto, che le camere erano tre anche se erano piccole, che mi sarebbe piaciuto metterle verso nord anche se di solito non si fa, ma pensa che bello avere il letto sotto la finestra, svegliarsi la mattina, guardare fuori e vedere il lago...
Quella casa era l'unico sogno che avevo sempre avuto. Ed è vero. Che poi le strade della vita mi abbiano condotto da tutt'altra parte è un discorso diverso. Che io abbia passato tre anni a Dublino e viaggiando per il mondo è stato perchè c'ero io con me stessa, perchè non ho mai dovuto pensare a me e un'altra persona, ma solo a me stessa. E la vita da single a Cordovado non è il massimo. Dublino, per me single, mi ha offerto molto di più. La scelta di restare là tre anni fa non potè essere più giusta. Ma non sono mai riuscita a pensare alla mia vita intera là. Non sono mai riuscita a pensare a una famiglia là.
Ho sempre avuto voglia di una famiglia. Ma cosa vuol dire avere una famiglia? Certo, innanzitutto vuol dire trovare una persona di cui innamorarsi, con cui avere voglia di costruire qualcosa. E poi vuol dire rinuncia.
Ogni cosa nella vita richiede la rinuncia a qualcos'altro. Ci sono persone che rinunciano alla famiglia per il lavoro. Artisti e musicisti spesso la sacrificano per la loro passione. Ma per citare un esempio immaginario, Uma Thurman in Kill Bill dice che era la donna più letale al mondo, ma che ora che era incinta aveva paura per il suo bambino. Lei stava rinunciando al suo essere una killer per un figlio.
Ed io, oggi, ho capito che devo rinunciare a qualcosa. Ho rinunciato a quella casa per anni, a favore di un buon lavoro, di un bell'ambiente, dei miei viaggi, di me stessa. Ma ora, se voglio realizzare quel sogno, devo rinunciare a tutto questo.
Perchè non l'ho fatto prima? Semplice: perchè il sogno di quella casa non è mai stato per me sola. Non ho mai visto il motivo di metterla a posto per viverci da sola. Ma per averci una famiglia e crescerci un figlio, allora acquista un senso.
E' importante la pace, specie per una come me il cui criceto del cervello è iperattivo. Quante idee più o meno strane non ho avuto nel corso degli anni? Diventare scrittrice, diventare viaggiatrice di professione, aprire un Bed&Breakfast in Irlanda, lavorare in una fattoria nell'Outback australiano. Nessuna di queste però si incastrava con quell'idea di mettere a posto la casa di Suzzolins.
Lasciare Dublino deve avere un senso. Rinuncerei a una vita da single a favore di una vita con qualcuno. A Suzzolins, magari, con due buste paga da mille euro o poco più, un mutuo di 25 anni, due cuori e una capanna, una vita semplice, e tanta tanta pace.

sabato 13 novembre 2010

Dagli appunti di ieri

Ieri era la prima notte che passavo da sola. Senza Guido che mi sveglia per la colazione, senza Cecilia e Gabriele che vanno al lavoro presto, senza mia mamma che dorme nella stanza accanto.
E finalmente ho pianto. Finalmente tutto il dolore è uscito. Finalmente si è espresso come doveva, facendomi contorcere nel letto, facendomi vagare per la casa, facendomi abbracciare il mio gatto di peluche, facendomi urlare in silenzio.
Di nuovo. Quanto tempo era? Dopo il mio ex, prima di lui. Single. Sola. Pianti. Lo diceva sempre mia mamma: non sono fatta per stare da sola. Sono sempre stata “fissata”, secondo lei, con questa storia dei ragazzi. Io ero una di quelle ragazzine che voleva un fidanzatino. È un po’ vero. Ho sempre pensato al principe azzurro. Leggevo fiabe, vedevo film, dove l’amore la faceva sempre da padrone. E sono cresciuta con quest’idea, che un giorno, in una situazione estremamente romantica, avrei incontrato il mio principe azzurro con cui passare il resto della mia vita…..
E mi è successo di incontrarlo. Più di una volta. Ma a quanto pare non è mai stato per la vita. Solo che in ogni caso ho sempre pianto, sono sempre stata male. Perché se incontro una persona mi impegno perché sia per la vita. Mi faccio travolgere perché sia per la vita. Perché non devono esserci segreti tra me e l’uomo della mia vita, e cerco di aprirgli i meantri più remoti della mia anima. Per questo se poi finisce rimango malissimo. I sogni che avevo fatto sembrano quelle scene da tv, quando filmano i palazzi minati alla base, che crollano a picco in una nuvola di mattoni svolazzanti.
E piango. Piango perché tutto quello che voglio, un amore per la vita, non è più con me. Piango perché quella persona che mi conosce meglio di me stessa non è più con me. Piango perché se l’amore non c’è io non sono completa. Mi manca qualcosa. Mi manca una parte di me stessa. Sarebbe come chiedere a una mela tagliata a metà di essere felice. Non può. La mela acquista armonia nella sua rotondità. Io acquisto armonia se metà di un intero.

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Zio: Questa testa dura qua quando si mette in testa qualcosa la ottiene. Magari la riva con la lingua fuori, a tucuti, ma la riva. No la ciapa la decision, ma quando che la decide la va fin in fondo.
Mamma: Scantina, è! Come che diseva Michelangelo: “Sta chi la xe Scantina!” (toctoctoc, battendo le nocche sul tavolo)
Eh, si. In tutto. Anche nei rapporti sentimentali. Ma mi sto ripetendo ormai, il concetto lo abbiamo capito…

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Corriere: Ciao, c'è tua mamma?
Sottoscritta: No, ma è roba mia...
C: Ma sei maggiorenne?
S: Ho 28 anni, bastano?
C: Ah, scusa! Li porti benissimo...
(sarà la tuta da ginnastica...)

Me: Can I have a packet of Marlborough please?
Cashier: Yes, but what is your age please?
M: ... 28?
C: Awe, ok! Which type you said?

Segnali chiari: porter anche bene I miei anni, ma se tutti mi scambiano per una sedicenne come faccio a conquistare un trentenne? Come faccio anche solo ad essere avvicinata da un trentenne in un pub? Uno che non sia un pedofilo? Non ho speranze…